Inquadrare un personaggio come Peppe Lanzetta è come provare a fare un cerchio mentre qualcun altro ti muove il foglio: difficile disegnarne qualcosa di preciso e convenzionale. Mi ha fatto un autografo definendomi “amico” e nonostante lo conoscessi da qualche attimo quelle parole mi sono suonate di una ridente sincerità. A lui piace definirsi come uno del popolo che “siede” ai tavoli eleganti, obbligato chiaramente da un lavoro che lo porta a frequentare personaggi di grande rilevanza, ma non dimentica di essere una persona di grande equilibrio e con radici ben salde.

Nel suo incontro alla Colombaia – coincidente alla presentazione del suo libro Era l’America (De Nigris Editore) – sono tante le suggestioni di quest’uomo “diamante” le cui sfaccettature provengono da mondi diametralmente opposti. Lavorava in banca negli anni ’80 e convinto da una fidanzata dell’epoca (“se non lasci questo lavoro, finirai male”) molla tutto per dedicarsi alla scrittura. Colpevolmente in ritardo, e spero di essermi perso pochi dei suoi tanti aneddoti, entro in sala che Lanzetta parla del suo rapporto con l’America, per lunghi tratti un mondo immaginato e immaginario con tanti punti in comune con la sua Napoli.

Nel suo “Bronx Napoletano”, l’autore conosce tante figure di spicco già dalla giovinezza: uno su tutti Pino Daniele, che quasi lo dirotta verso il cantautorato. Sono gli anni dell’arrivo di Maradona in città, il realismo magico brulica nelle strade di una metropoli che vuole trovare il modo di sognare e Peppe si lascia trascinare dalla ferrea volontà di vivere di arte. Si butta sul teatro, sconsolato dai primi spettacoli dove quasi non viene nessuno e ricorda anche un lavoro per la Rai Napoli con Eleonora Brigliadori (“facevo un personaggio che forse stava 30 anni avanti, i 30 anni purtroppo me li hanno fatti aspettare tutti”). Nel frattempo la sua penna non si ferma mai, anche ai tempi della banca aspettava l’orario di fine turno per buttare giù due righe.

“La scrittura non te la può togliere nessuno, è come sognare” dice l’autore, e ricorda quella volta in cui lasciò un libro in portineria a Renzo Arbore, che lo ricontatta il giorno dopo per dirgli che lo aveva fatto piangere tutta la notte con le sue parole. Fu proprio Arbore uno dei primi a credere in Lanzetta e uno dei primi a firmare una prefazione dei suoi libri di debutto (tra i tanti anche Lucio Dalla): “Andai a Roma a parlare con la casa editrice e feci due giri intorno all’obelisco di Piazza del Popolo per sbollire l’emozione”. La stessa emozione che lo accompagna anche nel suo ultimo lavoro con Sorrentino, dove dice di aver fatto un patto con il sudore e di aver minacciato quest’ultimo di non palesarsi mentre era nelle vesti del Cardinale Tesorone, con 40 gradi all’ombra. A tale proposito parla proprio del rapporto con il regista, a detta sua il migliore in circolazione. Ci ha lavorato per il suo primissimo lavoro (“L’uomo in più” del 2001) e lo ritrova proprio nell’appena uscito Parthenope. “È un uomo e un talento straordinario, visionario come pochi, e menomale che non è andato agli Oscar altrimenti sai quanti sarebbero venuti a bussare al mio portone” trova sempre modo di scherzarci su il buon Peppe. Il suo modo di essere così schietto e sanguigno spesso lo ha portato anche a ricevere una certa forma di diffidenza.

Con Mario Martone fu un colpo di fulmine reciproco (ci lavora insieme per Amore Molesto del 1995) ma si sentiva non amalgamato al resto della troupe. “Io venivo dal cabaret, sono un borderline, tanti mi guardavano dall’alto in basso, ero visto come uno che spaccava lo spogliatoio”. Tra queste difficoltà ricorda anche un periodo in cui si trasferì a Genova, l’attore ricorda di un tempo in cui aveva perso la bussola, tra soldi, agenti impresari, cadute che ogni tanto servono anche per riconciliare sé stessi e ritrovare il senso della propria esistenza. È andato via mille da Napoli e mille volte ci è ritornato, e ancora oggi si sente a casa solo sulla Circonvallazione che collega Napoli Nord alla costa.

È un uomo talmente libero da staccarsi anche dal contratto con la Feltrinelli che gli consentiva di pubblicare un libro ogni due anni. “Li ringrazierò sempre, ma io avevo troppa urgenza di scrivere, non potevo aspettare così tanto tempo. Era un momento in cui avevo bisogno di nuotare, anche a costo di affogare”. Ed è proprio in queste parole che si cela la fanciullezza mai sopita di un uomo che – verso la fine – definisce l’artista come un bambino che non deve mai arrendersi. Tra firme e sorrisi di questo “ragazzo”, andiamo a prendere una boccata d’aria fresca, e facendo due passi arriviamo alla tomba di Luchino Visconti.

Lì il suo animo “indiavolato” sembra finalmente riposarsi. “Poteva scrivere qualsiasi cosa sulla tomba invece sì è fatto scrivere Ha amato Shakespeare, Checov e Verdi, che poesia”. Rinfrancato da quest’incontro, aspettiamo insieme il taxi e al momento di salutarci mi chiama per nome e mi dice “Io volevo pure un po’ parlare di Sam Mendes, ho lavorato pure con lui”. È fatto così Lanzetta, d’altra parte ricorda quando da Maurizio Costanzo faceva partire i monologhi dicendo “Io ho una ironia alla Milan Kundera… 2-0”. Un personaggio incredibile.

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