FOTO DI HARALD KRICHEL
Annoiato tra le poche cose che l’isola d’Ischia offre in questo periodo, mi sono ritrovato a prendere l’auto e allungarmi di qualche chilometro per andare a vedere il nuovo film di Pedro Almodóvar. In sala una decina di persone, proprio come quando andai – solo soletto – a vedermi Gli Abbracci Spezzati. Il cinema dello spagnolo stimola diverse aree cerebrali e diversi sono i temi che ne caratterizzano le trame. L’abbandono, l’amore sofferto, l’essere donna, la malattia. Tutte queste carte si rivelano gli ingredienti di questo suo ultimo La Stanza Accanto, che vince il Festival di Venezia e che è il primissimo film in inglese del regista calzadeno. Una scrittrice di successo aiuta una sua cara amica giornalista nel suo ultimo viaggio, quello verso una “morte bianca” raggiungibile grazie a una pillola trovata sul dark web.
Se il bianco è il tono di un pallore che accompagna il volto trasfigurato di un’ottima Tilda Swinton, sono altre le sfaccettature che restano nella memoria. Sembriamo immersi in un quadro di Edward Hopper, tra tappezzerie, abiti e location “dipinti” con maestria dal solito grande lavoro in fase scenografica. La Swinton e Julianne Moore (che sembra aver scoperto la formula per fermare il tempo) incalzano eleganti come due indossatrici, attraverso geometrie spigolose si fanno portavoce di una tristezza che non sembra incattivire un mondo che conserva i contorni floridi di una vita che si coglie purissima. Sarebbe puerile individuare gli stilemi di un film che sembra avere tanti padri, da Bergman a Kaurismaki, fino ad ammiccare a Woody Allen. D’altro canto siamo pur sempre nella sua New York, location quanto mai insolita per la “Spagna carnale”.
L’accettazione di andarsene “da vivi” e di non farsi sfinire dalla malattia, la forza di due donne che forse si salvano a vicenda e poi i ricordi, sporcati dalle guerre in Vietnam e da quelle nei Balcani e nei Paesi Arabi. La malinconia che fa a pugni con la luce che si riflette sui maglioni, le giacche, la stanze, i divani, i sorrisi. Un’infelicità en plein soleil. Se la camera principale è riservata alla protagonista prossima alla dipartita, non di meno si coglie il meraviglioso garbo dell’amica, una Julianne Moore che sembra diretta da un Paul Thomas Anderson dei primi tempi. Chi si aspetta un film kitsch, passionale e macabro potrebbe restare deluso. Chi è aperto a nuove forme di delicatezza apprezzerà questo viaggio di circa un’ora e mezza.
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